Novembre d'essai
Biglietto per il singolo spettacolo € 4,00
Abbonamento a un ciclo di 4 spettacoli € 12,00
Due interessanti opere prime (esordio alla regia di Fabrizio Bentivoglio e di Gianni Di Gregorio) che rivelano la straordinaria vitalità del cinema italiano; ancora Venezia 65 con il film dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne come sempre impegnati a racconatrci e a coinvolgerci emotivamente con crude storie a sfondo sociale; Spike Lee che ritorna sulla tragedia della guerra raccontando cronache del passato non ancora sopite ai giorni nostri. (Seconda guerra mondiale e stragi di civili).
Chiusura del ciclo con un omaggio a Pier Paolo Pasolini.
Proiezione del film La Rabbia (1963), ricostruito nella sua parte iniziale da Giuseppe Bertolucci e presentato a Venezia 65.
Un'analisi lirica, polemica, e oggi possiamo dire anche profetica, dei fenomeni e conflitti socio-politici del mondo moderno.
La proiezione del film di chiusura sarà ad ingresso grattuito |
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Martedì
11 novembre 2008
Ore 21.00 |
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Lascia perdere Johnny
Un film di: Fabrizio Bentivoglio.
Con: Antimo Merolillo, Ernesto Mahieux, Lina Sastri, Roberto De Francesco.
Caserta, seconda metà degli anni '70.
Il maestro d'orchestra - nonché bidello - Domenico Falasco, è autore di una singolare teoria che confida con sapienza a uno dei suoi giovani più promettenti, il diciottenne Faustino, in attesa di un contratto di lavoro per evitare la chiamata di leva.
Più che teoria, in realtà, si tratta di un bizzarro consiglio: far valere il proprio talento e accettare solo "serate" nei luoghi di mare, perché è là che vanno davvero i bravi musicisti.
Il giovane Faustino, però, continua a essere il tuttofare di Raffaele Niro, un impresario poco affidabile che un giorno torna nella sua Caserta con un ingaggio davvero straordinario: il famoso maestro Augusto Riverberi, eccezionale pianista ed ex amante di Ornella Vanoni, arriverà in città per esibirsi con la sua "piccola orchestra" di trenta elementi. Per il giovane talento, orfano di padre, è il momento di far sul serio.
Occhiate malinconiche, sguardi musicali e passione, ma anche povertà e disagio di chi non ha fatto il "boom", nel racconto di un'epoca (in)felice come tante, dove la solitudine non rappresentava ancora la merce di scambio dello sciacallaggio televisivo.
Parte così l'esordio alla regia di Fabrizio Bentivoglio, uno che nella vita ha fatto di tutto e che, con questo Lascia perdere, Johnny, debutta con forza nel panorama cinematografico italiano.
Storia di un'ordinaria ricerca di successo, dei sogni inseguiti e raggiunti nello sfondo di un sud povero ma dignitoso, dove si respira ancora l'aria genuina di un passato lontanissimo.
Difficile definirne i confini. Gradevole e divertente, malinconico e stralunato, si avvale del miglior cast possibile: i fratelli Servillo, Valerio Golino, Ernesto Mahieux e, per la prima volta sullo schermo, un giovane e bravo Antimo Merolillo. |
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Martedì
18 novembre 2008
Ore 21.00 |
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Pranzo di ferragosto
Un film di: Gianni Di Gregorio.
Con: Gianni Di Gregorio, Valeria de Franciscis, Alfonso Santagata.
Gianni ha un lavoro: occuparsi dell'anziana madre, una nobildonna decaduta, capricciosa e un tantino opprimente.
Madre e figlio vivono soli in un fatiscente appartamento nel centro di Roma e faticano a tirare avanti, ricoperti di debiti come sono.
Nel bel mezzo dell'afa estiva Alfonso, l'amministratore, si presenta alla loro porta per riscuotere quanto gli è dovuto, ma propone a Gianni l'estinzione di tutte le spese condominiali in cambio di un favore: ospitare la madre per la notte e il successivo pranzo di ferragosto in modo che lui possa partire per le terme.
L'accordo non prevede però l'arrivo di una seconda signora, la zia di Alfonso, una simpatica anziana con qualche problema di memoria, ma l'amministratore lo convince a tenerla offrendogli del denaro. Gianni è costretto, suo malgrado, a dare asilo anche a una terza "mamma abbandonata" quando l'amico dottore, giunto per fargli una visita di controllo in seguito a un malore, gli chiede di potergliela affidare per non lasciarla sola durante il turno di notte.
Lo sceneggiatore e aiuto regista Gianni Di Gregorio affronta la sua prima volta da solista pescando a piene mani dalla propria esperienza di figlio e regalando una svolta a un fatto realmente accaduto. Incuriosito da quello che sarebbe potuto accadere se avesse davvero accettato di tenere la madre dell'amministratore per le ferie di ferragosto, confeziona una piccola e tenera storia dai tratti scanzonati in cui l'improvvisato ospizio diventa il teatro di una serie di gag offrendo allo stesso tempo diversi spunti di riflessione.
La scelta di sviluppare la trama nel giorno notoriamente più rallentato dell'anno e in una Trastevere arsa e deserta, appare la più idonea alla narrazione in quanto si contrappone ai ritmi frenetici della vita odierna e va incontro ai tempi delle anziane protagoniste che a loro modo s'investono del ritmo del film riempiendo la scena con la loro esuberanza.
Deciso a catturare la parte più verace di ognuno, Di Gregorio si incarica del ruolo del figlio di mezz'età, celibe e con il vizio del bere, che tiene d'occhio la madre come se fosse una bimba e ne sopporta i capricci abbozzando alla precarietà in cui si trova per comodità. Le signore che lo circondando in attesa del pranzo di ferragosto sono tutte attrici non professioniste e la loro naturalezza permette al film di avvolgersi in un'aura genuina e neorealista.
In pochi avrebbero avuto il coraggio di portare sullo schermo una storia di "vecchiette", considerato che la terza età viene di rado frequentata dal cinema perché poco commerciabile, ma il regista romano rivela una particolare abilità nel tratteggiare un racconto che mette in luce i desideri, i vizi e le virtù delle mature signore.
Priva di qualsiasi tipo di orpello, che sia dialogico o registico, l'opera prima di Di Gregorio, prodotta da Matteo Garrone, fa riflettere sulla condizione dell'anziano, troppo spesso relegato in ospizi dai propri figli, troppo spesso trascurato dalla società. Pranzo di ferragosto è da considerarsi perciò un piccola perla da custodire con cura. |
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Martedì
25 novembre 2008
Ore 21.00 |
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Il matrimonio di Lorna
Un film di: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne.
Con: Jérémie Renier, Arta Dobroshi, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet.
Lorna è una giovane immigrata albanese a Liegi.
Per ottenere la cittadinanza si è messa nelle mani del malavitoso Fabio. Costui le ha procurato un matrimonio con Claudy (un tossicodipendente) e Lorna ha ottenuto ciò che desiderava.
Ora vorrebbe poter aprire un bar con il suo fidanzato Sokol che fa il pendolare da una frontiera all'altra. Per ottenere la somma necessaria deve però portare a compimento il piano di Fabio.
Deve cioè poter ottenere un rapido divorzio per poter così sposarsi nuovamente. Questa volta con un mafioso russo che ha, a sua volta, bisogno della cittadinanza belga. Le procedure rischiano però di essere troppo lente e allora Fabio mette in atto la soluzione che già aveva in mente: elimina Claudy con un'overdose. Lorna mantiene il silenzio ma c'è qualcosa di nuovo nella sua vita.
Qualcosa è cambiato anche nel cinema dei Dardenne. Noti agli appassionati (e vincitori di ben due Palme d'oro con Rosetta e L'enfant) per il rigore di un cinema da sempre attento a scavare nelle cause del dolore delle persone più vulnerabili, i due fratelli vantano caratteristiche stilistiche ben definite.
La camera a mano, la scelta del super 16 mm, l'assenza di qualsiasi commento musicale hanno sempre costituito gli elementi identificativi del loro cinema unitariamente a uno stile teso a non aggiungere al film un'inquadratura in più del necessario. In questa occasione la forma (camera molto meno mobile e scelta del formato 35 mm) sembra avere avuto il suo influsso anche sul contenuto.
Lo sguardo che i due fratelli belgi proiettano sul grave problema dell'immigrazione, legalizzata attraverso percorsi illegali, si lascia andare con maggiore disponibilità a un'indagine sui sentimenti venata da un accenno di patetismo. Lorna ha un volto dolcissimo ma è entrata in un'arena in cui dominano i lupi.
Se vuole realizzare i propri sogni non può e non deve affezionarsi in alcun modo a Claudy con il quale è costretta a convivere per rispondere ad eventuali controlli delle autorità belghe. Ma Lorna non è un lupo.
È una giovane donna che finisce col provare una pietà che sconfina nell'amore per quel relitto umano che le chiede costantemente aiuto per uscire dal tunnel in cui si è infilato. La scoperta di questo sentimento precede di poco l'eliminazione fisica del ragazzo. Il quale muore ma continua a viverle 'dentro' al punto da farla sentire in attesa di una nuova vita.
Come sempre i Dardenne offrono nel finale ai loro protagonisti una luce (per quanto fioca) di speranza. È quanto accade anche a Lorna, protagonista dell'inizio di un nuovo corso del loro cinema. |
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Martedì
2 dicembre 2008 Ore 21.00 |
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Miracolo a Sant'Anna
Un film di: Spike Lee.
Con: Derek Luke, Michael Ealy, Laz Alonso, Omar Benson Miller.
Stati Uniti. Anni '80.
In un ufficio postale un impiegato di colore spara a bruciapelo a un utente italoamericano. L'uomo viene arrestato e nella sua abitazione viene trovata la testa di una statua che ornava un ponte di Firenze.
Toscana 1944.
Quattro soldati neri americani della 92^ Divisione "Buffalo Soldiers" dell'esercito americano (la quale è interamente composta da militari di colore) vengono isolati dai commilitoni e si ritrovano in un paesino degli Appennini dopo che uno di loro, Train, ha rischiato di morire per salvare Angelo, un bambino italiano.
Costretti in quello spazio limitato, con i tedeschi in arrivo e i superiori incapaci di comprendere le dinamiche della situazione i quattro entrano in contatto con la vita degli abitanti del paese e con la guerra partigiana. Hanno però ricevuto un ordine preciso: catturare un soldato tedesco. Chi si attiva per raggiungerli vuole che questo risultato sia conseguito a tutti i costi. C'è un legame tra la statua e quegli uomini.
Spike Lee tenta la sua operazione più spericolata: uscire dai confini statunitensi per tornare a trattare il tema del rapporto bianchi/neri oltreoceano. Lo fa con un film che affronta (a differenza di buona parte del cinema mainstream made in Usa) la difficoltà della complessità. È complessa in questo film la struttura narrativa che vuole fondere la rilettura del genere bellico con la problematica di forte impatto sociale, inserendovi elementi che vanno al di là di quella razionalità, a volte chirurgica, che ha guidato altri film del regista.
Ma la complessità si colloca anche altrove e cioè nello sguardo sulle relazioni che stavano (o forse stanno ancora) alla base dei due nuclei sociali.
Da un lato i 4 commilitoni dalla pelle scura, che proprio su quella pelle hanno vissuto in patria discriminazioni che ora vengono superate grazie al bisogno di forze armate da dispiegare in gran numero sul fronte europeo. Si deve cioè tecnicamente verificare se i 'negri' potessero essere utilizzati nella fanteria (oltre che nei battaglioni di lavoro in cui già operavano). Questi 'oggetti' di esperimento potrebbero essere facilmente liquidabili sotto l'etichetta che fa riferimento al colore della loro pelle mentre invece tra di loro le differenze sono profonde.
C'è chi percepisce il protrarsi della discriminazione e pensa al futuro dei propri figli e chi vive alla giornata cogliendo ciò che può essere colto. Sopra di loro dei superiori bianchi che perpetuano con loro le stesse relazioni discriminatorie cristallizzatesi in patria.
Dall'altra parte lo 'strano' mondo della Toscana con il paesino in cui convivono fascisti visceralmente convinti, donne pronte a sedurre e a farsi sedurre dal 'nuovo' e partigiani. Anche lo sguardo sul mondo dei 'ribelli' non è mai semplice nel film. C'è chi combatte il nemico ma sente sulla coscienza il peso di aver ucciso chi fino a poco prima era un vicino di casa ed ora sta sull'opposta barricata. Gli stessi tedeschi non vengono tratteggiati con le semplicistiche tinte da attribuire al 'nemico' fonte di ogni male ma vedono nelle loro file chi non sopporta l'orrore della violenza bestiale.
Per dominare narrativamente questa complessità il film inserisce l'elemento miracolistico di Angelo (un bambino che non può non far pensare a La vita è bella) e, anche se questo ruolo diviene fondamentale per chiudere la vicenda e soprattutto per consentire il tratteggio della figura del 'gigante buono nero' Train, rischia proprio in questo caso di indebolire il tessuto narrativo.
Ma quella testa di statua a cui l'oggi offre solo una consistenza di valore patrimoniale, diviene segno di memoria, di secoli di storia, di un passato che gli Stati Uniti non hanno e che forse un po' invidiano a un'Italia che troppo facilmente tende a dimenticare le proprie radici. È un monito che ci giunge da chi ci guarda da lontano e che nel passato ci ha sbrigativamente etichettato come 'mangiaspaghetti': nella memoria del passato sta la forza degli individui e di un popolo. |
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Martedì
9 dicembre 2008 Ore 21.00
Ingresso gratutito
a conclusione
ciclo di cineforum |
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La rabbia
di Pier Paolo Pasolini
Ipotesi di ricostruzione della parte iniziale de La rabbia del 1963
di Pasolini e Guareschi ad opera di Giuseppe Bertolucci
Nel 1963 i Cinegiornali Mondo Libero di Gastone Ferranti e i materiali reperiti in Cecoslovacchia, in Unione Sovietica e in Inghilterra costituiscono, nelle mani di Pier Paolo Pasolini, la base per dare vita a La rabbia, un'analisi lirica e polemica dei fenomeni e conflitti socio-politici del mondo moderno, dalla Guerra Fredda al Miracolo economico.
Un film di montaggio, un'opera giornalistica, per usare le parole di Carlo Di Carlo, “contro il mondo borghese, contro la barbarie, contro l'intolleranza, contro i pregiudizi, la banalità, il perbenismo”.
Mentre Pasolini è in moviola per completare la pellicola, il produttore decide di trasformarla in un'opera a quattro mani, affidandone una parte a Giovannino Guareschi, secondo lo schema giornalistico del “visto da destra, visto da sinistra”.
Pasolini reagisce con irritazione, ma alla fine accetta e rinuncia alla prima parte del suo film per lasciare spazio all'episodio di Guareschi.
Nel 2008 emerge la volontà di “risarcire” Pier Paolo Pasolini, tentando di restituire a La rabbia, i connotati del progetto originale.
Nato da un'idea di Tatti Sanguineti, per la regia di Giuseppe Bertolucci, autore che ha già affrontato l'opera pasoliniana, ricordiamo il suo documentario Pasolini passato prossimo, La rabbia di Pasolini, ovvero l'ipotesi di ricostruzione della versione originale del film, è una coproduzione Istituto Luce, Gruppo Editoriale Minerva Raro Video e Cineteca di Bologna.
Montato nel laboratorio L'Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna, che ospita dal 2004, per volontà di Laura Betti, la sede del Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini, La rabbia di Pasolini ha una durata di 83 minuti e comprende un'introduzione di Giuseppe Bertolucci, il materiale inedito dell'Archivio Luce (i sedici minuti che “ricompongono” la parte mancante), l'edizione de La Rabbia del 1963 di Pasolini e un'Appendice, L'aria del tempo.
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